Attraverso un’intervista immaginaria che si fa monologo, e con l’ausilio di filmati e musica, viene raccontata la storia travagliata di una donna piena di passioni, di rabbia, di esaltazione.
Una storia come molte, si potrebbe dire.
Ma non è solo questo.
Non solo le guerre, la solitudine, gli amori perduti, la morte dei famigliari, eventi che nella loro straziante drammaticità risultano tristemente quotidiani.
Perché in quel turbinio di emozioni, di eventi, di rabbia disperata; il punto fisso, incapace di tradirla, rimane la macchina da scrivere.
Non è la storia di un individuo, ma la storia di due individui che coesistono nello stesso corpo, dei quali quello più forte, la Fallaci, la scrittrice e giornalista, finisce per divorare l’altro, debolmente umano, Oriana.
E si ritrova qualcosa di magico, in quel suo essere individuo attraverso le parole stampate, essere donna e non solo questo, scrittrice di una vita che si intreccia senza vincoli alla fantasia, senza paura, senza censure.
La voce fuori scena, che instancabile, sicura, decisa, pone le sue domande, è appunto fuori scena; non c’è, sul palco di una vita che si disfa sotto gli occhi dello spettatore, quella parvenza di razionalità che il falso interlocutore si ostina a mantenere.
Non c’è perché non esiste, nella vita di un individuo, tanto più in quella di una donna come Oriana Fallaci, un modo razionale e obiettivo di porsi di fronte a eventi sconvolgenti: l’amore, la guerra, la morte vissuta come costante, a cui suo malgrado Oriana si abitua, o forse è solo la Fallaci a farlo, mentre Oriana, che non può permettersi di essere debole, si nasconde nel suo “alter ego”.
Un esile filo di fumo e nuvolette opache che volteggiano nell’aria. Una sigaretta. Due. Tre. E per quanto paiano consumarle la vita vi è una sottile eleganza nel suo modo di stringerle tra dita via via più deboli.
La donna che apre l’intervista con una frase enigmatica e un’ostentata sicurezza di sé svanisce nel tempo che si consuma, per lasciare il posto ad una figura debole, affaticata, ma che in ogni modo, a dispetto di un corpo che cessa di risponderle, mantiene la propria lucidità, e si fa sempre più spontanea, piena di vergogna per un corpo malato che non sente appartenerle, e bisognosa di spirare le ultime parole, prima di scivolare nell’oblio della morte.
In solamente un’ora di spettacolo mi sono resa conto di cosa significhi recitare, di cosa significhi essere attore, ed essere solo su un palco che pare immenso e desolato; e riuscire, chissà come, a non farlo apparire vuoto. Addirittura nei silenzi più strazianti, non vi è alcun senso di vuoto. La forza di un’attrice magnifica la cui vita pare per un’ora confondersi con quella di un personaggio quanto mai affascinante riempie lo spazio, e le emozioni travolgono con violenza lo spettatore manifestandosi attraverso gesti talmente spontanei da non lasciarsi interpretare come recitazione.
Non saprei definire l’effetto delle luci.
Non saprei descrivere gli oggetti scenici.
Perché lei, per un’ora incredibilmente emozionante, ha riempito completamente il palco.
A questo punto penso sia chiaro quanto sono rimasta estasiata dal partecipare allo spettacolo che mi sento di poter definire il più travolgente e coinvolgente a cui abbia assistito.
Tuttavia le reazioni del pubblico non sono state unanimi e, data la mia impressione estremamente positiva, mi hanno sorpreso.
Ammetto di essermi immedesimata molto in questo spettacolo, e di essere perciò incapace di darne una descrizione oggettiva e critica. Ma d’altronde di fronte a uno spettacolo del genere, in cui la sensibilità del pubblico rappresenta l’elemento chiave per la comprensione, reputo poco realizzabile una visione oggettiva e critica. Di conseguenza, per quanto abbia tentato di riconoscere i lati non apprezzabili di tale spettacolo, e per quanto sia consapevole che certamente ve ne siano, non sono riuscita a trovarne.
Temo che i giudizi negativi, almeno questo mi è parso, non siano prettamente legati allo spettacolo, quanto più alla difficile comprensione di una figura come Oriana Fallaci, che può essere comprensibilmente non apprezzata per le proprie idee (principalmente per quelle legate alla sfera politica).
Vorrei quindi invitare chi si appresti ad assistere a questo spettacolo ad abbandonare ogni tipo di pregiudizio.

Domenica 24 marzo, ore 16.30
Teatro del Giglio, Lucca

Mi chiedete di parlare…
di Monica Guerritore

Progetto Luci: Pietro Sperduti
Responsabile audio: Paolo Astolfi
Capo-elettricista: Marco Marcucci
Direttore di scena: Andrea Duilio Sorbera
Scenografia: Monica Guerritore
Costumi: Graziella Pera
Con Monica Guerritore
E con Lucilla Minimmo
E con le voci di Rachid Benhadj e di Emilia Costantini

Sara Casini

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