Melodramma di Francesco Maria Piave tratto da “La Dame aux camèlias” di A. Dumas figlio

Atti: 3

Musica: Giuseppe Verdi

Orchestra della Toscana

Coro della Toscana (con maestro Marco Bargagna)

Regia: Paolo Trevisi

Scene: Poppi Ranchetti

Costumi: Fondazione Cerratelli

Disegno luci: Valerio Alfieri

Danzatori: Imperfect Dancers Company

Coreografie: Walter Matteini

Personaggi:

Violetta Valèry: Irina  Dubrovskaja (soprano)

Flora Bervoix: Sandra Buongrazio (mezzosoprano)

Annina: Carla Madrid Sanabria (soprano)

Alfredo Germont: Stefano Lacolla (tenore)

Giorgio Germont: Stefano Antonucci (baritono)

Gastone: Angelo Fiore (tenore)

Il barone Douphol: Italo Proferisce (baritono)

Il marchese d’Obigny: Salvatore Grigoli (basso)

Il dottor Grenvil: Juan Josè Navarro (basso)

Giuseppe: Eduardo Hurtado (basso)

La sala sprofonda in un silenzio pesante, nascosto nel buio.

Solo una luce, e una sottile melodia che prende vita, in suoni di dolce malinconia.

Improvvisamente la musica esplode, catalpuntando lo spettatore nella Parigi del 1850.

Figure in nero si muovono frenetiche per pochi istanti, in cui regna una fervente agitazione.

Solo una figura rompe la monocromia della scena, e si muove aggraziata tra i personaggi, nell’incontaminata purezza del proprio abito bianco.

E’ Violetta Valèry, cortigiana parigina che attira gli sguardi di tutti i personaggi.

La scenografia è scarna, e i personaggi si muovono in essa vagamente impacciati.

La staticità asfissiante delle scene si alleggerisce in scene estremamnte movimentate, come quella del ballo, in cui i movimenti non perfettamente sincronizzati dei ballerini rimandano ad una realtà selvaggia, basata sul piacere, in cui si era precedentemente ambientato tutto il primo atto.

Ma la scena più suggestiva è quella in cui, nell’ultimo atto, Violetta è stesa sul proprio letto, in punto di morte, nell’attesa che arrivi l’amato Alfredo Germont , e dietro di lei ballano spensierate le maschere del carnevale di Parigi, eccentriche.

La vita continua, pare urlare questa scena. Come se, alla fine di tutto, la morte di Violetta non fosse che un evento di poco conto, perché nessuno, durante l’euforia del carnevale si potrà accorgere di lei, della sua morte sofferta tanto quanto la sua vita.

La rappresentazione, che pare in un primo tempo rappresentare il semplice trionfo dell’amore sulle disastrate condizioni di una cortigiana, finisce per coinvolgere intrighi dai contorni non delineati, in un’opera in cui tutti i personaggi finiscono per incoraggiare e scoraggiare l’amore dei due giovani.

Personaggio interessante è Giorgio Germont, padre del protagonista, che riesce a distruggere l’amore dei due con vari pretesti, e che nell’ultima scena si pente di ogni cosa, chiedendo perdono alla morente Violetta.

Trovo che sia un personaggio subdolo, pronto ad accusare e a chiedere perdono non appena colpito dal senso di colpa. Eppure la recitazione particolarmente espressiva di Stefano Antonucci non fa che esprimere vera disperazione, unita ad un rammarico sincero, lasciando così lo spettatore incapace di esprimere un giudizio certo, positivo o negativo che possa essere. Trovo che questo avvicini lo spettatore ad un’analisi più approfondita, perché la rappresentazione si allontana da una semplice valutazione di carattere morale, e si avvicina ad un’osservazione di carattere psicologico.

Sara Casini

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