In un’epoca di leader carismatici e con notevoli capacità oratorie come Hitler in Germania, Stalin in Russia e Mussolini in Italia, in Inghilterra troviamo, invece, la figura insicura e complessata di Alberto, secondogenito di Re Giorgio V, affetto da balbuzie. A causa di questo suo difetto, viene considerato debole e non adatto ad un ruolo importante dai vari personaggi politici – come Churchill e Chamberlain che lo definiscono come ‘uno che non sa neanche parlare’ – ed anche dall’arcivescovo di Canterbury, che, considerandolo vulnerabile, nel tempo tenta di influenzarlo più volte, e che si comporta con lui da ipocrita.

Poiché suo fratello Edoardo VIII abdica per sposare un’Americana malvista da tutto il Paese, Albert si ritrova a dover superare i suoi problemi di dizione per poter diventare un trascinatore di popolo, figura di cui l’Inghilterra ha bisogno in questo periodo di guerra e di grande panico.

Lui, personaggio timido e a volte eccessivamente autocritico – interpretato da un encomiabile Filippo Dini – dovrà intraprendere un difficile percorso che lo porterà ad affrontare ostacoli considerati da lui insormontabili e ad acquisire, alla fine, fiducia in se stesso, qualità che gli è sempre mancata. Tutto questo avviene grazie a due figure chiave: sua moglie Elizabeth, affettuosa e di polso, e il logopedista australiano Lionel Logue, eccentrico e sognatore – interpretato in maniera intensa e brillante da Luca Barbareschi – con cui Albert stringe anche un bel rapporto di amicizia e confidenza. Grazie soprattutto a questo personaggio, che riesce a tirar fuori il lato più simpatico e scherzoso di Albert, ai momenti drammatici si alternano momenti invece più leggeri e divertenti.

La scena più commovente e ricca di emozioni è anche quella che dà il titolo all’opera, ovvero la scena in cui Albert, ormai diventato Re Giorgio VI, pronuncia alla radio il discorso con cui dichiarerà guerra alla Germania. Per pronunciarlo, Albert mette da parte tutte le sue insicurezze, le sue paure e i suoi complessi e, da uomo deciso e forte, pronuncia senza interruzioni e con tono solenne parole importanti, grazie alle quali si dimostra, da una parte, una guida che sa parlare al popolo e che sa come tenere alto il morale del suo Paese in un momento di difficoltà e, dall’altra, un leader  forte che sa tener testa ad un pericoloso nemico.

Al contrario dell’opera cinematografica, pluripremiata agli Oscar 2011, che si concentra più sulla parte ‘romanzata’, l’opera teatrale è un giusto equilibrio tra parte narrativa e parte storica, sostenuta anche da filmati originali dei famosi discorsi propagandistici dei tre dittatori affermatisi all’epoca in Europa: Hitler, Stalin e Mussolini.

‘Il discorso del re’ è uno spettacolo lungo, ma denso di emozioni, che fa ridere, ma anche commuovere, interpretato da attori che contribuiscono a non renderlo mai banale e noioso e che vale la pena di essere visto, per immergersi in quegli anni intrisi di storia e per lasciarsi emozionare da un racconto senza dubbio coinvolgente.

Elena De Servi

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