Il discorso del re, è una commedia, tratta dall’omonimo film diretto da Tom Hopper.

La vicenda è ambientata a Londra tra gli anni ’20 e ’30, e vede come protagonisti il secondogenito del Re, Albert Frederick Arthur George Windsor, duca di York, detto Bertie, interpretato da Filippo Dini e un dottore, un logopedista di nome Lionel Logue, interpretato da Luca Barbareschi.
Bertie aveva un problema, soffriva di balbuzie, non riusciva infatti a fare un discorso senza balbettare, compresi i discorsi rivolti al popolo. Tutto ciò era causa di pregiudizi e male lingue, così la moglie Elisabeth esausta della situazione e volenterosa di aiutare il marito si rivolge ad un medico proveniente dall’Australia: Lionel Logue. Bertie così va in cura da Lionel che, con un metodo del tutto particolare, giorno dopo giorno lo aiuta a placare la balbuzie, e con grande sorpresa di tutti, durante il suo primo discorso in veste di Re, a reprimerla del tutto.

Trovo interessante come tutta la vicenda si sia sviluppata in un clima di comicità, pur trattandosi di una storia seria. Tale comicità però non ha sminuito il tutto, anzi ha contribuito a coinvolgere lo spettatore, rendendolo quasi partecipe della vicenda stessa. Molte commedie messe in scena, che trattano di argomenti seri, realmente avvenuti,tendono a rimanere distaccate dall’osservatore, come se tra la poltroncina dello spettatore e il palcoscenico ci fosse una distanza tale da non riuscire neanche ad udire le voci degli attori. Il teatro, ancor più del cinema, dovrebbe essere in grado di coinvolgere, perché ciò che viene messo in atto, accade realmente nell’istante esatto in cui si osserva . Una cosa che mi ha colpita particolarmente non è stata tanto la bravura degli attori nella recitazione di per se, quanto la bravura di questi nell’immedesimarsi nei personaggi che interpretavano rendendoli talmente credibili da sembrare veri. Di questi credo che il più bravo sia stato Filippo Dini, che interpretava Bertie. Dini è riuscito a rendere meglio la personalità del personaggio, un personaggio che si teneva dentro i traumi dell’infanzia, e che esplode, liberando durante una seduta dal dottor Lionel, tutti i suoi sentimenti fino ad ora repressi. E’ stata quella la scena che più mi ha colpita e che tutt’ora ricordo; in quell’istante mi sono sentita partecipe del suo dolore e della sua sofferenza. A Barbareschi invece, assegno la comicità del personaggio. Ha saputo coordinare comicità con serietà, rendendo la commedia molto scorrevole oltre che divertente.

E’ stata molto interessante l’analisi dei volti, mi trovavo a pochi metri dal palco, precisamente nel primo palchetto del secondo ordine, e riuscivo a scorgere chiaramente i volti e le espressioni degli attori. Essi mantenevano sempre l’espressione che il momento richiedeva, anche se in quell’istante avevano il ruolo di comparsa; ho capito infatti che nel palco c’è un protagonista e una comparsa, ma non c’è un personaggio più importante di un altro, ad ognuno è assegnato un ruolo e ciascun ruolo è fondamentale affinché la vicenda sia il più realistica possibile. Mi sono soffermata in particolare in una delle scene finali, quella del discorso di Bertie ai microfoni della BBC, ho osservato non solo Bertie mentre pronunciava il discorso, ma anche sua moglie Elisabeth, il dottor Lionel con la moglie, il fratello, l’arcivescovo e il primo ministro, e ognuno di loro sembrava vivesse assieme a Bertie l’istante, si percepiva tensione nel volto della moglie, compiacimento in quello del fratello, speranza in quello di Lionel, ognuno, anche se non protagonista della scena, in quel momento contribuiva ad arricchire la scena con emozioni, emozioni che si trasferivano allo spettatore che le riviveva come se facesse parte della commedia.

Per quanto riguarda la scenografia sono rimasta colpita dalla sua semplicità. Non era una scenografia così tanto complessa, infatti era costituite da elementi in movimento che scorrevano sul piano orizzontale e verticale o che erano in rotazione e da semplici oggeti, come un tavolo e delle sedie, il tutto arricchito con delle proiezioni. La semplicità della scenografia permetteva, introducendo o levando alcuni oggetti di cambiare completamente la scena, ottenendo così, una varietà costante di luoghi che rendevano dinamica la commedia.
Infine non posso negare di aver dato un’occhiata dietro le quinte, il posto in cui mi trovavo permetteva di farlo, per cui ne ho approfittato. C’è un’immagine che mi è rimasta particolarmente impressa, ed è quella dell’attrice che interpretava Myrtle,la moglie di Lionel, Chiara Claudi, che dietro le quinte camminava avanti e indietro nell’attesa della sua ricomparsa in palcoscenico, però non aveva il volto agitato, era rilassata, così come gli altri personaggi. Il tutto era coordinato perfettamente, c’erano gli assistenti che posizionavano e toglievano gli oggetti, chi si occupava dei costumi,i truccatori, ognuno aveva la sua parte, come se fosse un secondo palcoscenico.

La mia impressione sulla commedia dunque è molto buona, credo sia un’interpretazione ben riuscita,e di questo mi sono accorta anche parlando con altre persone. Sono rimasta colpita dalla scorrevolezza di questa che è stata capace di affrontare un tema importante adattandolo alla vista di un pubblico più giovane,oltre che a quello adulto, offrendo la possibilità a chiunque di riflettere divertendosi su una tematica importante come quella guerra.

Ilaria Cellini

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